Ripercorriamo la storia dell’Accademia degli Intronati, fondata a Siena nel 1525 da un gruppo di giovani nobili per sfuggire alla noia della vita aristocratica, con arguzia, satira e teatro.

L’affascinante storia dell’Accademia degli Intronati

La storia dell’Accademia degli Intronati è quella, molto intellettuale, goliardica, e non poco snob, di nobili senesi cinquecenteschi terribilmente annoiati dagli insulsi clamori del mondo, dagli inutili cicalecci popolari, dagli astiosi giochi di potere dell’epoca, ma potremmo anche dire, senza temere di essere smentiti, di ogni epoca. Intronati, appunto, rintronati, storditi dal nulla che riempiva di vuoto le loro vite e che li spingeva a ritirarsi ne les belles lettres per ritemprare lo spirito avvilito. Forse, se avessero vissuto oggi, avrebbero dovuto fuggire in cima all’Everest per stare tranquilli, ma non andiamo troppo oltre.

 

Ingresso dell'Accademia degli Intronati a Siena

Accademia tra accademie nella Siena del Cinquecento

L’Accademia degli Intronati nasce nel 1525, molti decenni prima di un’altra famosa Accademia, quella della Crusca di Firenze. All’epoca si era soliti partire dalla feroce autoironia per permettersi poi di prendere in giro qualcun altro, e non il contrario. Come dire: se ho presente i miei difetti, posso anche parlare dei tuoi con più cognitio causae e maggior leggerezza, senza astio, per il gusto di fare un po’ di luce sulla verità.

Il periodo, va detto, era assai propizio. Nella Siena del primo Cinquecento si contavano addirittura oltre 30 accademie cittadine. Una di questa, l’Accademia Grande, si pretende da parte d’alcuni che sia stata all’origine degli stessi Intronati, anche se l’ipotesi mi fa storcere il naso ciranesco, date le impronte di base molto diverse, addirittura opposte.

Niente a che vedere con l’Accademia Grande

L’Accademia Grande era palesemente conservatrice; il suo motto recitava: “Sapiens dominabitur astris” (Il saggio dominerà le stelle) e assorbiva senza molta originalità i principi della dottrina tolemaica e aristotelica. Era insomma seriosa, pedissequa, ossequiosa. Una schiera di sapienti che omaggiava l’ipse dixit, e amen.

La Scuola di Atene, dipinto di Raffaello

Le 6 leggi e il motto dell’Accademia degli Intronati

Mentre l’Accademia degli Intronati, eh no, quella era tutt’altra cosa. Sei leggi la caratterizzavano: Deum colere – Studere – Gaudere – Neminem lædere – Nemini credere – De mundo non curare. Ossia: Adora Dio – Studia – Gioisci – Non ferire nessuno – Non credere in nessuno – Non ti curare del mondo. Che altro c’è da aggiungere?

Il marchio del sale in zucca

C’è da aggiungere che fu uno dei fondatori dell’Accademia degli Intronati, Antonio Vignali, detto l’Arsiccio, autore della scandalosa Cazzaria (che, lo dice l’assonanza stessa della parola, era libro dichiaratamente erotico), una figura di gaudente libertino spesso accostata dalla bibliografia a François Rabelais, a imprimere all’Accademia un marchio ben preciso, ora si direbbe: un’icona grafica. Si trattava di una zucca per conservare il sale con sopra due pestelli posti in croce; il motto recitava: Meliora latent ovvero: le cose migliori sono nascoste, tratto dalle Metamorfosi di Ovidio.

E qui i significati, più o meno allusivi, si sprecano. La zucca, aperta sul davanti, simboleggia il frutto che va verso l’alto e preserva dall’umidità il sale, simbolo di intelligenza, tritato e raffinato dai pestelli, ossia dall’acume e dallo studio. Insomma l’espressione avere sale in zucca, come si dice, deriva da una consuetudine di conservazione che risale all’antica Roma, da cui si distinguevano i poveri, con poco sale nelle zucche della dispensa, dai ricchi, con molto più sale a disposizione.

Meliora latent

Quanto al motto Meliora latent (Le cose migliori sono nascoste), Ovidio nelle sue Metamorfosi descrive il mito dell’innamoramento di Apollo per Dafne. Il dio insegue la ninfa che fuggendo si strappa le vesti. Lui intravede eccitanti nudità e pregusta il meglio che deve ancora venire (quei meliora che latent). Ma gli va male, Dafne si trasforma in un albero di alloro e lui finisce per abbracciarne la dura scorza; tuttavia gli rimane dentro il saporito gusto della ricerca e dell’aspettativa, così come agli Intronati rimanevano dentro le delizie della loro fase speculativa in attesa del risultato.

Il capolavoro scultoreo di Gian Lorenzo Bernini "Apollo e Dafne" a Roma

L’Archintronato aveva un soprannome per tutti

L’Accademia degli Intronati era presieduta dall’Archintronato, che durava in carica 2 mesi ed eleggeva 2 Consiglieri. Si eleggevano poi anche altre cariche, un Censore, un Lettore, un Cancelliere, un Tesoriere, e anche sei Censori Majali: “[…]per correggere, polire e ridurre tutte le opere che fossero state composte, a quella delicatezza che fosse possibile”.

E sempre l’Archintronato assegnava i soprannomi sui tabelloni, tre tavole dipinte che inquadravano nomi e appellativi degli Accademici. C’erano, per dire, monsignor Claudio Tolomei, il Sottile; papa Marcello Cervini, il Rigido, Antonio Vignali, l’Arsiccio; Fabio Piccolomini, lo Sciapito; Achille d’Elci, l’Affumicato; Giulio Vieri, lo Svagolato; Adriano Fondi, il Piluccone; Girolamo Gigli, l’Economico; Pandolfo Spannocchi, l’Albagioso; Alessandro Sozzini, il Cavilloso; Ippolito Petrucci, l’Imbrunito; papa Alessandro VII, il Guardingo; Francesco Chigi, il Disadatto; Pirro Maria Gabbrielli, lIndovino; Lelio Piccolomini, lo Schizzinoso; Giulio del Taia, il Linguacciuto. Nei tabelloni comparivano anche nomi di donne ammesse all’Accademia, come Maria Fortuna, l’Armonica, e Maria Luisa Cicci, l’Incognita.

Tomba di Papa Alessandro VII nella Basilica di San Pietro a Roma

Accademia deglo Intronati: satira politica, ma con prudenza

Insomma, si usciva snobisticamente dal mondo per farsene beffa, ma non risparmiando neppure se stessi, come nella migliore tradizione goliardica. Ovviamente l’Accademia degli Intronati aveva un rapporto conflittuale col potere. Specialmente nel XVI secolo, periodo buio per le sorti senesi, in cui la città era sballottata tra le protezioni interessate di Francia e Spagna, le creazioni letterarie contenevano sempre riferimenti più o meno espliciti alla situazione storico-politica.

Rimasta inoperosa nel corso degli ultimi anni della Repubblica senese, l’Accademia si riattivò nel 1559, per poi essere ben presto chiusa nel 1568 da un sospettoso Cosimo I de’ Medici, che temeva che questi circoli culturali potessero rappresentare focolai sovversivi repubblicani, per riaprire ancora nel 1603.

Voltaire, uno di noi

Nel 1654 l’Accademia assorbì quella dei Filomati, insieme al teatro della Sala grande del Consiglio nel Palazzo Pubblico di Siena. I secoli XVII e XVIII videro gli Intronati impegnarsi nella gestione del teatro e nella mise-en-scène di composizioni comiche e drammatiche. Tra tanti illustri intellettuali dobbiamo annoverarne uno particolarmente importante, un cugino d’Oltralpe di nome Voltaire, a testimonianza di come il prestigio dell’istituzione già travalicava di gran lunga le mura cittadine.

Francois Marie Voltaire, Immagine dal libro di Meyers Lexicon

Vicissitudini e ricostruzioni

Quindi ci furono incendi e ricostruzioni, e nel 1798 anche un terribile terremoto che distrusse il “Teatro Grande”. In altre parole, le angustianti vicende umane di sempre. Gli Intronati bussarono, come altre volte, alla dorata porta del Granduca, ma Ferdinando III non si fece intenerire e ordinò che i proprietari dei palchi si sobbarcassero la ricostruzione del teatro.

Dunque i palchettanti, costituiti nel corpo accademico dei “Rinnovati”, nel 1802 si presero l’impegno di mantenere il teatro e allestirvi spettacoli pubblici. Questo fece perdere agli Intronati la titolarità del teatro, ma non la sua proprietà, che mantennero fino agli anni Trenta del Novecento, prima di donarlo definitivamente al Comune di Siena.

Il resto è attualità che potete tranquillamente trovare sul sito dell’Accademia degli Intronati. Ma non è affar mio.

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