3 / 4 – L’inizio del declino dell’abbazia di San Galgano

Carestie, peste, saccheggi e poi… l’abate commendatario

Nel XIV secolo la situazione cominciò a peggiorare: prima la carestia del 1328, quindi la peste del 1348 – che vide i monaci duramente afflitti dal morbo – assestarono un duro colpo allo sviluppo del cenobio. Nella seconda metà del secolo l’abbazia di San Galgano, come tutto il contado senese, fu ripetutamente saccheggiata dalle compagnie di ventura, tra le quali, per ben due volte, quelle del terribile Giovanni Acuto. Una serie di piaghe che ridusse a sole 8 persone l’intera comunità monastica.

La crisi proseguì anche nel XV secolo. Nel 1474 i monaci fecero edificare a Siena il cosiddetto Palazzo di San Galgano e vi si trasferirono, abbandonando il monastero. Il patrimonio fondiario rimaneva, tuttavia, intatto, tanto da scatenare un’avida contesa tra la Repubblica di Siena e il Papato.

Nel giugno del 1506 papa Giulio II scagliò l’interdetto contro Siena perché aveva contrapposto il cardinale di Recanati al candidato papale Francesco da Narni per l’assegnazione dei benefici abbaziali. In questo contrasto politico la Repubblica di Siena, guidata da Pandolfo Petrucci, resistette ordinando ai sacerdoti la celebrazione regolare di tutte le funzioni liturgiche.

Nel 1503 l’abbazia di San Galgano venne affidata a un abate commendatario. L’abate commendatario è un ecclesiastico – qualche volta un laico – che tiene un’abbazia in commendam. Il che accade quando il governo effettivo del monastero è separato dalla titolarità dell’abbazia. In questo caso all’abate spetta solo il percepimento dei redditi prodotti dal convento, mentre l’autorità sui monaci è esercitata dal priore.

Esterno dell'Abbazia di San Galgano

La sciagurata rimozione del soffitto dell’abbazia di San Galgano

Il governo degli abati commendatari si rivelò talmente scellerato che uno di loro, alla metà del secolo, fece rimuovere, per poi vendere, la copertura in piombo del tetto della chiesa di San Galgano: ovvio che a quel punto le strutture deperissero rapidamente. Una relazione del 1576 ci dice che presso il monastero abitava un solo monaco che neanche portava l’abito di frate, che le vetriate dei finestroni erano tutte distrutte, che le volte delle navate erano crollate in molti punti e che, presso il cimitero, rimanevano solo parte delle rovine delle infermerie demolite all’inizio del Cinquecento.

Nel 1577 furono avviati dei lavori di restauro: ma si rivelarono interventi inutili che non riuscirono minimamente ad arrestare il progressivo degrado. In una relazione del 1662 si legge che “La chiesa non può essere tenuta in peggior grado di quello che si trova e vi piove da tutte le parti”.

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