Continua il nostro viaggio alla scoperta dei vitigni autoctoni toscani ancora poco conosciuti ma che con sempre maggior determinazione stanno facendo parlare di sé

Vitigni toscani autoctoni: la Toscana oltre il Sangiovese

Di cosa parliamo in questo articolo:

  • Barsaglina
  • Malvasia Nera
  • Abrusco
  • Abrostine
  • Mammolo
  • Orpicchio
  • Gorgottesco
  • Canaiolo nero

Abbiamo iniziato, qualche articolo fa, un affascinante pellegrinaggio tra i vigneti toscani alla ricerca delle uve autoctone meno note, scoprendone curiosità e zone di produzione. Vogliamo proseguire con altri otto vitigni toscani autoctoni meravigliosi che piano piano stanno uscendo dall’ombra delle varietà più blasonate, Sangiovese in primis. Si tratta spesso di coltivazioni di nicchia sfuggite alla massificazione e all’appiattimento commerciale e che, a notar bene, quasi sempre si trovano lungo due direttrici.

La prima è l’Antica Via del Sale che in Toscana coinvolgeva soprattutto la Lunigiana. L’altra è una delle vie di pellegrinaggio più importanti in Europa, la Via Francigena, che la Toscana la attraversa tutta. Seguiteci dunque in questa seconda battuta del nostro excursus alla scoperta dei vitigni toscani autoctoni, oltre a sua maestà il Sangiovese.

Barsaglina

Iniziamo con un’uva presente solo nella provincia di Massa Carrara dove, pensate, conta una superficie coltivata totale di soli 33 ettari. Si chiama Barsaglina, è un vitigno evidentemente di nicchia ma che allo stesso tempo sta lentamente espandendo il suo territorio di produzione anche alla vicina Liguria. È stato dimostrato che il vitigno Barsaglina ha delle somiglianze morfologiche con il ben più noto Sangiovese, tanto da far presagire una stretta relazione tra le due varietà.

Il vino che si ottiene dalla Barsaglina ha un alto contenuto di antociani e fenoli, ed è quindi tannico e dai colori intensi. Al naso, si riconoscono profumi di frutti di bosco, ribes e violetta. In bocca il vino è di buon corpo e presenta un’acidità che ne permette l’invecchiamento. Grazie a queste caratteristiche la Barsaglina, dopo nove anni dalla sua introduzione nella DOC Candia dei Colli Apuani, è passata da un utilizzo in basse percentuali per conferire ai vini corpo e colore, alla vinificazione in purezza. Nonostante ciò rimane ancora abbastanza sconosciuto alla stragrande maggioranza dei consumatori e resta un prodotto dal consumo pressoché locale. Cercatelo in loco in qualche enoteca dove il Barsaglina può raggiungere fino all’85% del blend. Buona caccia!

Vino rosso versato dalla bottiglia in un bicchiere

Malvasia Nera

La Malvasia nera è uno dei vitigni toscani autoctoni a bacca nera appartenente alla famiglia delle malvasie che in Toscana, prima di venire quasi totalmente abbandonata a causa delle difficoltà che pone in vinificazione, rientrava a pieno titolo nell’uvaggio del Chianti. Il suo nome deriverebbe da una variazione contratta di Monembasia, roccaforte bizantina a sud del Peloponneso dove si producevano vini dolci.

Furono i veneziani a esportarli in tutta Europa con il nome di Monemvasia. Oggi la si sta riscoprendo, ed il vino che si ottiene è di un bel rosso rubino, mentre al palato è aromatico e fine. Vellutato in bocca, è intenso e di facile abbinamento. Ed è proprio con queste parole che la cantina Vallone di Cecione – della quale abbiamo ampiamente parlato in un articolo dedicato – descrive la sua Malvasia nera in purezza. Il breve affinamento in anfore di terracotta e la produzione limitata – solo 800 bottiglie all’anno! – rendono il vino ancora più speciale.

Grappoli di uva nera sulla vite durante la vendemmia

Abrusco

L’Abrusco è un vitigno a bacca nera di antica memoria, tanto da essere menzionato in alcuni documenti già nel 1622. Conosciuto esclusivamente in Toscana, ad oggi è considerata una specie vicina all’estinzione: pensate che ne esistono meno di 6 ettari coltivati! Classificato come vitigno ‘da colore’ è proprio con questo sinonimo che viene talvolta indicato, colore, a sottolineare la sua propensione a dare mosti decisamente carichi di antociani.

Spesso quindi utilizzato per aggiungere profondità cromatica, i vini prodotti con l’Abrusco hanno buona struttura, aromi speziati e profumi di gradevole intensità. Il nome suggerisce anche una certa astringenza, oltre che una possibile appartenenza alla famiglia del labruschi. Si tratta di una varietà consentita in alcune denominazioni della Toscana, soprattutto nel Chianti DOCG e nella Capalbio DOC.

Qui, sulle colline a sud della provincia di Grosseto, l’Abrusco può rientrare fino al 50% dell’uvaggio dei vini rossi e rosati. Reperirlo in purezza è molto difficile, ma se volete familiarizzare con le sue caratteristiche, provate il Chianti Classico del Castello di Brolio dove lo trovate assemblato al Sangiovese.

Il Castello di Brolio e le sue vigne in cui si produce Chianti Classico

Abrostine

Siamo dinanzi a una sorta di miracolo in questo caso, dato che l’abrostine, uva etrusca nata dalla domesticazione della vitis silvestris, è attualmente coltivata solo in provincia di Arezzo. È grazie alla volontà di Federico Staderini, cuore della cantina biodinamica Cuna alle pendici delle foreste di Camaldoli, se quest’uva così rara non si è persa definitivamente.

Ne è nato un vino Abrostine in purezza, il Sempremai IGT Toscana Rosso, dalle nuance decise e dal bouquet speziato, con tocchi gradevolmente selvatici, sorsi beverini ma vigorosi e tannini fini. Si tratta di un vino fresco, secco, sapido che, dopo una macerazione di soli 5-6 giorni a evitare l’estrazione di troppo tannino – si tratta di uva scorbutica in questo senso -, si eleva in barrique per 24 mesi e poi via ad affinare in bottiglia dove la si lascia libero di esprimersi.

È ottimo con cacciagione, carni rosse, formaggi stagionati.

Tagliata di manzo su tagliere di legno con bicchiere di vino rosso

Mammolo

Quest’uva profumatissima di viole e mammole è una varietà a bacca nera, oggi non più molto diffusa, ma che in passato era annoverata tra le più presenti nella viticoltura toscana. Presente soprattutto in provincia di Lucca, sporadicamente anche nelle vecchie vigne del Chianti, è parte integrante dell’uvaggio tradizionale del Vino Nobile di Montepulciano. I metodi di vinificazione moderni tendono a non esaltarne freschezza e profumi se vinificato in purezza, eccetto una chicca che abbiamo scovato per voi: uno spumante brut rosato da uve 100% Mammolo appartenente al complesso progetto di riscoperta di vitigni rinascimentali condotto con successo dall’azienda Piandaccoli.

Si chiama Baciami, ed è una bottiglia in effetti molto seducente. Di grande struttura e intensa carica aromatica, ha un perlage intenso e di buona persistenza. Al naso, le note floreali si intrecciano con le more, i lamponi e i ribes, seguiti da un tocco di agrumi e da una decisa mineralità. Vivace al palato, ha un sorso fresco ben abbinabile con pesci, fritture, carni alla griglia e antipasti.

Due bicchieri di spumante rosato toscano

Orpicchio

Presente tra i vitigni toscani autoctoni a bacca bianca, l’Orpicchio era coltivato un tempo soprattutto nell’Aretino. Quest’uva ha fatto perdere le sue tracce fino a essere definitivamente accantonata, probabilmente a causa della sua sensibilità a botrite e muffe. Pur geneticamente vicino ad altre cultivar, quali cortese, moscato giallo e malvasia bianca, è in realtà un vitigno a sé stante e oggi può essere usato in 5 Igt toscane diverse. L’Orpicchio sta infatti facendo parlare nuovamente di sé ed è da alcuni considerato il panda dell’enologia, tanto è l’interesse che ha sviluppato.

Pensate che ci sono due aziende che si contendono il primato di chi l’ha recuperato per prima! Una è la Fattoria biologica Dianella, di Vinci. Qui i piccoli grappoli dorati dell’Orpicchio, dopo la vendemmia, sono fermentati in legno per 6-7 mesi a contatto con la feccia nobile e i lieviti. Il vino viene poi rimesso in vasca, lasciato decantare e messo in bottiglia. Il risultato è grande eleganza ed equilibrio, con un naso di fiori gialli, frutta tropicale e muschio.

L’altra cantina che sta recuperando l’Orpicchio, vinificandolo in purezza, è Donne Fittipaldi di Bolgheri. La bottiglia si chiama Lady F ed è assemblata fermentando il mosto in parte in caratelli di rovere francese nuovi e in parte in acciaio. Ne risulta un vino capace di evolversi egregiamente nel tempo, con profumi e gusto assolutamente fuori dagli schemi. Ha un naso ricco di note fruttate, spezie e sentori leggermente vanigliati e dolci. In bocca è ampio, avvolgente, con una minerale freschezza. Possiede grande bevibilità e lunghezza gustativa.

Grappoli di uva bianca in vigna

Gorgottesco

Il Gorgottesco è un vitigno toscano autoctono a bacca rossa protagonista insieme ad altri 3 cultivar del Senarum Vinea, un progetto dell’Università di Siena, Città del Vino e Istituto Agrario di Siena.

L’intento del progetto è la riscoperta, la conservazione e la divulgazione di quelli che sono considerati i vitigni più antichi che Siena ha ritrovato dentro le mura della città. Il suo terroir è la città del Palio, dove per secoli è cresciuto tra spazi rurali suburbani. Oggi se ne contano meno di 100 piante, la maggioranza delle quali sono state innestate su barbatelle di Sangiovese coltivate nell’Azienda Castel di Pugna, di proprietà del conte Luigi Fumi Cambi Gado. Non è ancora disponibile una bottiglia di Gorgottesco in purezza, il progetto è giovane e le linee guida dei protocolli ancora in fase di definizione. Da tenere d’occhio per i veri appassionati di chicche alle quali dare la caccia.

Uva nera raccolta in cassette di legno durante la vendemmia

Canaiolo Nero

Il Canaiolo nero è stato uno dei vitigni toscani autoctoni di maggiore diffusione, tanto che fino al XVIII° secolo la sua coltivazione superava quella del sangiovese. Il nome potrebbe derivare dai dies caniculares, i giorni di canicola tra luglio e agosto che coincidono con la maturazione dei suoi frutti. Oggi il canaiolo ha una produzione alquanto limitata alle zone di Pisa, Arezzo, Siena, Prato e Firenze.

Viene utilizzato quasi esclusivamente in assemblaggio ad altre uve sopratutto per la produzione del Chianti. È una vera rarità trovarlo vinificato in purezza, e noi di TP ci siamo riusciti. La Fattoria Casabianca di Pian di Rocca a Siena esce con il Loccareto, un Toscana IGT rosso da canaiolo nero 100% che, dopo una fermentazione in acciaio, fa 12 mesi di legno e 6 mesi in bottiglia.

Vino carico, intenso, cromaticamente vivo, che al naso presenta sentori di frutti rossi e spezie. Strutturato e allo stesso tempo elegante e raffinato, è persistente e gradevole per la freschezza di gusto e moderata alcolicità. Interessanti le note finali un pò amarognole. Ideale per chi preferisce i vini rossi anche sul pesce.

Amiche fanno un brindisi con vino rosso nella campagna toscana

Cara tribù di TP, augurandoci di avervi incuriositi e di aver stimolato le vostre ricerche enologiche, fateci sapere se assaggerete alcuni di questi rari vitigni toscani autoctoni, lasciando un commento su Instagram o Facebook.

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Informazioni sull'autore

Martina Tanganelli
Wine blogger and Ambassador of Tuscany
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