La vera storia di Niccolò Machiavelli, una delle più fini e geniali menti del Rinascimento, autore de Il Principe e fondatore della moderna scienza politica.

Chi era davvero Niccolò Machiavelli? La vera storia dell’autore de Il Principe

Di cosa parliamo in questo articolo

  • La vita di Niccolò Machiavelli, figlio di Berardo e Bartolomea
  • A Sant’Andrea in Percussina, dove nascono le sue opere più importanti
  • “Il Principe”, l’opera che lo ha reso immortale
  • Machiavelliano o machiavellico?

Esistono personaggi nella travagliata storia della nostra turbolenta razza umana che non solo ci hanno lasciato in eredità le loro grandi opere, ma che sono anche riusciti a legare il proprio nome a modi di dire, di ragionare, di concepire la vita o determinati aspetti di essa. Uno di questi è senz’altro Niccolò di Bernardo dei Machiavelli, o più semplicemente Niccolò Machiavelli, uomo universale della Firenze rinascimentale, celeberrimo per la sua opera più famosa, Il Principe, ma in special modo fondatore della scienza politica moderna, ideatore del concetto di ragion di stato, nonché fautore della concezione ciclica della storia.

Insomma, un altro di quei geni assoluti che spuntano come funghi in quei secoli d’oro in cui Firenze e la Toscana rifulgono d’una luce tale da illuminare l’intero mondo allora conosciuto. Secoli che hanno influenzato il pensiero umano occidentale fino ai giorni nostri, travasandosi, pur con molte variazioni interpretative, nella concezione razional-illuministico-scientifica che a tutt’oggi domina incontrastata la scena mondiale.

Ma non spingiamoci troppo oltre. Limitiamoci a considerare il buon Niccolò Machiavelli, mente d’eccezionale finezza che basta e avanza per un articolo sul web costituzionalmente affetto da corto respiro.

Statua di Niccolò Machiavelli agli Uffizi, Firenze

La vita Niccolò Machiavelli, figlio di Berardo e Bartolomea

Nato a Firenze nel 1469, da famiglia modesta e di buona cultura, il padre Berardo è uomo di legge, possiede una biblioteca, ed è autore de I Ricordi famigliari. La madre Bartolomea compone, invece, rime sacre. Nessuno dei due può definirsi un grande letterato, ma è chiaro come Niccolò trovi in un simile ambiente humus fertile per il suo talento. Riceve infatti un’educazione umanistica, anche se non apprende il greco. È particolarmente interessato al De rerum natura di Lucrezio e all’epicureismo, circostanza che chiarisce subito il suo accentuato laicismo in contrasto con la religiosità del tempo.

Segretario della seconda cancelleria del Comune

Dal 1498 Segretario della seconda cancelleria del Comune (e in seguito della magistratura dei “Dieci di libertà e pace”), Niccolò Machiavelli riveste un ruolo di responsabilità riguardo agli affari di politica estera e interna; svolge inoltre missioni diplomatiche e tiene una fitta rete di corrispondenze, tanto da maturare una vasta esperienza diretta delle cose politiche e militari.

L’incontro con Cesare Borgia, il terribile Valentino, modello del futuro “Principe”

A Pisa, nel 1499 riconquista la città ribelle. Nel 1500 considera la monarchia di Luigi XII un modello da seguire. Nel 1502 porta avanti una missione presso Cesare Borgia, duca del Valentino, il quale, con l’appoggio del padre, Papa Alessandro VI, ha conquistato Urbino. Machiavelli resta talmente colpito dalla figura del Valentino da citarlo come modello nel Principe. Dopo aver constatato la sua abilità e spietatezza – il Borgia stermina tutti i partecipanti a una congiura contro di lui -,  nel 1503 stende una relazione dal titolo: Del modo tenuto dal duca Valentino per ammazzare Vitellozzo Vitelli.

Prigionia, tortura, esilio

Nello stesso anno muore Alessandro VI, e di conseguenza cade Cesare Borgia. Intanto Machiavelli scrive una cronaca delle vicende italiane tra il 1494 e il 1504, Decennale primo, in cui espone la necessità di evitare di assumere milizie mercenarie. Dopo una missione in Tirolo, nel 1507, in cui ha modo di ammirare la compattezza dell’esercito germanico, nel 1511 si scontrano la Francia, alleata di Firenze, e la Lega Santa del Papa. Sconfitti i francesi, e di conseguenza i fiorentini, tonano i Medici,  e Machiavelli viene licenziato.
Nel 1513 è accusato di aver preso parte a una congiura e viene torturato e imprigionato, per poi essere liberato con l’avvento di Papa Leone X.

Busto di Niccolò Machiavelli

A Sant’Andrea in Percussina, dove nascono le sue opere più importanti

Esiliato dai Medici, Machiavelli si ritira nella casa di famiglia di Sant’Andrea in Percussina, attuale frazione di San Casciano in Val di Pesa. La fattoria, con l’annessa osteria dell’Albergaccio, viene descritta in una delle sue più famose lettere, quella indirizzata all’amico Francesco Vettori, datata 10 dicembre 1513. Nella lettera Machiavelli descrive la sua giornata-tipo, fra gli impegni per la conduzione della proprietà e le serate trascorse all’osteria a giocare a tric-trac con l’oste e con un macellaio del luogo. Ma la notte e tutt’altra cosa: si ritira nella sua biblioteca e trascorre le ore leggendo i classici che gl’ispirano la scrittura di “cosucce” come Il Principe, i Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio e la Mandragola.

Tenta anche un riavvicinamento alla politica tramite i Medici, dedicando il Principe, prima a Giuliano, poi, dopo la sua morte, a Lorenzo; tramite un gruppo di aristocratici che si riunisce nei giardini del palazzo Rucellai, dedica invece i Discorsi a due di loro, Buondelmonti e Cosimo Rucellai. Morto Lorenzo, sale al potere Giulio (futuro Papa Clemente VII) che lo incarica di scrivere la storia di Firenze.

In seguito ottiene incarichi in collaborazione con Guicciardini. Nel 1527 si instaura la Repubblica, lui si propone di nuovo per una carica pubblica ma, a causa del suo riavvicinamento ai Medici (e soprattutto a papa Clemente VII), viene di nuovo emarginato. Per Machiavelli è l’ennesimo, durissimo, colpo, quello di grazia: si ammala repentinamente, peggiora a vista d’occhio, e muore il 21 giugno 1527. Abbandonato da tutti, viene sepolto, nel corso di una modesta cerimonia funebre, nella tomba di famiglia, nella basilica di Santa Croce.

Casa di Niccolò Machiavelli a Sant'Andrea in Percussina, comune di San Casciano in Val di Pesa, Toscana

“Il Principe”, l’opera che l’ha reso immortale

All’inizio è un opuscolo, De Principatibus, dove Machiavelli tratta cosa sia un principato. La datazione è incerta, non si sa bene quando sia stato composto, e se unitariamente o in fasi diverse. Non sono ben chiari nemmeno i rapporti che lo legano ai Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio. La composizione si può tuttavia collocare tra luglio e dicembre 1513, in un’unica stesura che viene interrotta per la composizione del Principe, nel punto in cui si parla della decadenza degli Stati e dei rimedi.

È qui che s’inserisce Il Principe – un trattatello breve, in 26 capitoli, conciso, incalzante e denso di pensiero – che offre una soluzione a simili problemi. La dedica ai Medici testimonia il suo tentativo di riavvicinamento e di collaborazione, ma lo scritto non fu pubblicato, circolò unicamente in una cerchia ristretta, venendo alla stampe soltanto postumo, nel 1532, e suscitando estremo scalpore.

Il salto quantico dai trattati medioevali sulle virtù del Principe

Pur rappresentando, nel pensiero, un’opera rivoluzionaria, Il Principe si ricollega alla tradizione della trattatistica politica. Anche nel Medioevo, infatti, erano diffusi trattati politici chiamati specula princeps, perché dovevano fornire al principe lo specchio in cui riflettersi.  Tuttavia, se da un lato Il Principe di Machiavelli si riallaccia a questa tradizione, da un altro la rovescia pari pari: mentre le opere medioevali tendevano a rendere del regnante un’immagine ideale, estetizzante, lui al contrario proclama di voler guardare alla verità effettuale, proponendo al principe i reali mezzi per il mantenimento dello Stato, e consigliandogli anche la crudeltà e la menzogna, ogni qualvolta siano necessarie al fine supremo che s’intende raggiungere.

Machiavelli, il fondatore della moderna scienza politica

In questo modo Machiavelli, distinguendo nettamente la politica dall’etica, rivendicando l’autonomia della prima rispetto alla seconda, diviene anche il fondatore della moderna scienza politica. Il bene dei cittadini, il vero fine di tutto, si ottiene dall’attenta indagine sulla realtà concreta, non da assiomi universali e astratti, inapplicabili alla situazione specifica.

Alla base della riflessione machiavelliana si pone la coscienza della crisi italiana dell’epoca, paese frammentato in staterelli deboli e instabili, percorsi da milizie mercenarie e immorali. L’unica soluzione per lui è un forte principe dalla straordinaria virtù.

Il fine non giustifica i mezzi, tuttavia li rende utili per il bene supremo, quello della collettività

Niccolò Machiavelli coltiva una visione pessimistica dell’uomo. Per lui gli esseri umani sono malvagi, tanto da arrivare ad affermare, in un passo de Il Principe, che dimenticano prima la morte del padre che la perdita del patrimonio. Per questo il suo Principe non può essere buono a prescindere, ma i suoi passi devono essere guidati dai criteri dell’utile e dell’eventuale danno politico.

Perciò non si può certo definire corretta la famosa locuzione in cui si vorrebbe superficialmente schematizzare questo eccezionale pensatore: il fine giustifica i mezzi. Machiavelli non giustifica nulla, semplicemente constata che certi comportamenti servono per mantenere lo Stato. Egli distingue inoltre tra tiranno e principe: il primo opera a suo vantaggio, ed è crudele senza necessità; il secondo lo è per la necessità dello Stato. Due cose estremamente diverse.

Tomba di Niccolò Machiavelli nella Basilica di Santa Croce a Firenze

Machiavelliano, non machiavellico

Su Machiavelli sono state scritte centinaia di migliaia di pagine, per cui non è mia intenzione, né possibilità, esaurire l’argomento nel breve respiro di un articolo sul web; sarebbe bello tuttavia se almeno un concetto, uno solo, ormai ostinatamente, ingiustamente, radicato nell’immaginario collettivo, fosse una volta per tutte estirpato, demolito: Machiavelli non era un perfido, cinico, consigliere, machiavellico, appunto. Al contrario, era un teorico molto pratico (mi si perdoni l’ossimoro) che mirava, anche con mezzi discutibili, a un fine supremo condivisibile in assoluto: il bene della collettività. Questo, in soldoni, doveva fare il suo Principe: usare ogni strumento in suo potere per far star meglio il suo popolo. Allora domandiamoci: era per questo biasimevole? Ai lettori e alle lettrici l’ardua sentenza.

Ma da qui in avanti, per favore, impariamo a dire machiavelliano, non machiavellico, con quell’accezione così squalificante. Il personaggio, di altissimo profilo, non se lo merita proprio.

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