Storia dei Granduchi di Toscana dopo la caduta dei Medici fino all’Unità d’Italia: l’arrivo della casata degli Asburgo-Lorena e l’ingresso in una nuova era per la regione.

Granduchi di Toscana: i sovrani della casata Asburgo-Lorena

Di cosa parliamo in questo articolo:

  • Il “Patto di Famiglia” di Anna Maria Luisa de’ Medici coi Lorena
  • Francesco I di Lorena
  • Pietro Leopoldo di Lorena, il Granduca illuminato che proietta la Toscana in Europa
  • La Riforma Leopoldina: tortura e pena di morte sono abolite
  • Ferdinando III di Lorena. sul trono il figlio di Pietro Leopoldo
  • Leopoldo II, il mite Granduca che fece la “Grande bonifica della Maremma”
  • L’Italia s’è desta: il Granducato ha i giorni contati

Continua, con questo articolo, la storia del Granducato di Toscana che passa dalla famiglia Medici, ormai estinta con la morte di Giangastone, agli Asburgo Lorena. Ma prima di parlare del ramo cadetto della Casa d’Asburgo, e del suo governo in Toscana che durò, a fasi alterne, fino all’Unità d’Italia, dobbiamo assolutamente un tributo, soprattutto morale, ad Anna Maria Luisa, l’illuminata sorella di Giangastone, che tanta importanza ebbe per la nostra regione, e per Firenze in particolare.

Il “patto di famiglia” di Anna Maria Luisa coi Lorena

Anna Maria Luisa de’ Medici, principessa elettrice del Palatinato, unica figlia femmina del Granduca Cosimo III e della principessa Margherita Luisa d’Orléans, divenne, nel 1690, la seconda moglie di Giovanni Guglielmo II di Wittelsbach-Neuburg, Principe elettore del Palatinato.

Nel mentre il fratello, il Granduca Giangastone, malato, indolente, incapace di contrattare il futuro della Toscana, come aveva fatto il padre Cosimo III, era in balia delle potenze straniere. Anziché promuovere la successione dei suoi parenti maschi Medici, i principi di Ottajano, consentì che il Granducato venisse concesso, dopo la sua morte, a Francesco Stefano di Lorena.

E chissà cosa sarebbe successo alle opere d’arte fiorentine se dopo la scomparsa dell’ultimo Granduca non fosse intervenuta pesantemente la sorella Anna Maria Luisa che riuscì a stipulare coi Lorena il cosiddetto “Patto di Famiglia”.

Cosa prevedeva il Patto di Famiglia

Nel patto si sanciva che la casata asburgica non potesse trasportare «o levare fuori della Capitale e dello Stato del Granducato… Gallerie, Quadri, Statue, Biblioteche, Gioje ed altre cose preziose…affinché esse rimanessero per ornamento dello Stato, per utilità del Pubblico e per attirare la curiosità dei Forestieri».

Questo patto venne rispettato alla lettera dai nuovi granduchi, e la loro lealtà permise a Firenze di non perdere nessuna opera d’arte. Se quindi oggi Firenze è una della più grandi capitali dell’arte e della cultura del mondo, lo dobbiamo a lei, ad Anna Maria Luisa, verso cui saremo per sempre in debito.

Ritratto di Anna Maria Luisa dei Medici, l'ultima discendente della grande casata toscana

Francesco I di Lorena

Figlio del duca Leopoldo di Lorena e di Elisabetta Carlotta di Orléans, sposato con la figlia dell’imperatore Carlo VI, Maria Teresa, arciduchessa d’Austria e regina di Boemia e d’Ungheria, dovette rinunciare alla Lorena, ma acquistò in compenso i diritti sulla Toscana, di cui divenne Granduca nel 1737, alla morte di Giangastone.

Il Granduca c’è ma non c’è: si crea malcontento tra i fiorentini

Il primo Granduca dei Lorena affidò il governo della Toscana a una reggenza, compiendo una sola visita nella regione nel 1739. La Toscana, divenne, di diritto e di fatto, un feudo dell’impero, una pertinenza politica ed economica della corte di Vienna.

L’arrivo della nuovo dinastia e della nuova classe politica lorenese, che si dimostrò spesso ottusa e sfruttatrice della situazione locale, creò malcontento tra la popolazione, oltre a un netto distacco con l’alta società fiorentina che si vedeva defraudata in parte delle antiche cariche politiche. Tuttavia, nel complesso il “Consiglio di Reggenza“, coordinato da Emmanuel de Nay, conte di Richecourt, lavorò bene, avviando una serie di riforme per modernizzare lo stato, e creando le basi per quelle che saranno le idee riformatrici di Pietro Leopoldo di Lorena.

Ritratto di Francesco I di Lorena, primo granduca di Toscana della casata Asburgo-Lorena

Pietro Leopoldo di Lorena: il Granduca illuminato che proietta la Toscana in Europa

Secondo figlio maschio di Francesco Stefano di Lorena (imperatore Francesco I) e di Maria Teresa d’Asburgo, il 18 agosto del 1765, alla morte del padre, Pietro Leopoldo divenne Granduca di Toscana.

Fu un “sovrano illuminato”, al passo con i tempi e con le nuove correnti di pensiero. A differenza di Francesco I, Pietro Leopoldo volle trasferirsi a Firenze, dove avviò un programma di riforme molto articolato e di ampio respiro, in campo economico, giudiziario e civile. Avvalendosi della collaborazione di ottimi funzionari, come Giulio Rucellai, Pompeo Neri, Francesco Maria Gianni, Angelo Tavanti, Pietro Leopoldo non solo risanò il dissesto finanziario provocato dagli ultimi anni medicei, ma riuscì anche a trasformare profondamente la Toscana conferendogli un’impronta di modernità ed efficienza che la resero un modello di riformismo illuminato in tutta Europa.

Grandi riforme, bonifiche e modernizzazioni

Riformò le amministrazioni locali e il sistema tributario, eliminando privilegi e rendendo pubblico il bilancio dello Stato. Promosse una politica liberista, chiudendo le corporazioni di origine medievale e abolendo le leggi sulle manomorte e i fidecommessi. Dette così forte impulso all’economia, all’agricoltura, al commercio e all’industria. Avviò la bonifica di grandi aree della Maremma e della Val di Chiana. Fece costruire un moderno sistema di comunicazioni stradali e svariate opere pubbliche, ampliò e riorganizzò i servizi.

Ordinò la soppressione dei conventi, degli ordini e degli enti religiosi, riducendone notevolmente il numero e alienando i loro beni mobili e immobili. Il patrimonio edilizio così acquisito permise la creazione di nuovi ospedali, ospizi, scuole, istituti, università. Promosse la cultura e gli studi, fondando e sviluppando accademie, musei, biblioteche. Nel 1784 istituì l’Accademia di Belle Arti che poneva fine al sistema delle botteghe artistiche di origine medievale.

Ritratto di Pietro Leopoldo, Granduca di Toscana e Imperatore d'Austria

La Riforma Leopoldina: la tortura e la pena di morte vengono abolite

Il cambiamento più importante introdotto da Pietro Leopoldo fu in campo legislativo con la Riforma criminale toscana o Leopoldina. Il nuovo codice penale del 1786 prevedeva l’abolizione del reato di lesa maestà, della confisca dei beni, dell’interrogatorio per tortura, e soprattutto della pena di morte. Così la Toscana divenne il primo stato in Europa ad attuare i principi teorizzati da Cesare Beccaria nella sua famosa opera “Dei delitti e delle pene”. Inoltre fece introdurre il principio di uguaglianza di tutti i figli nella successione ereditaria paterna. Riuscì poi ad abolire anche l’Inquisizione e allontanare i gesuiti.

Nel 1790, alla morte del fratello Giuseppe II, Pietro Leopoldo lasciò Firenze per ricevere la corona imperiale col nome di Leopoldo II. Gli successe sul trono granducale di Toscana il figlio secondogenito Ferdinando III.

Statua di Cesare Beccaria a Milano

Ferdinando III di Lorena: sul trono di Toscana il figlio di Pietro Leopoldo

In politica interna, il nuovo Granduca non ripudiò le riforme paterne che avevano proiettato la Toscana all’avanguardia in Europa, precedendo in alcuni campi persino la rivoluzione francese, allora in corso.

Divampa la Rivoluzione francese anche in Toscana: Napoleone entra a Firenze

L’8 ottobre del 1793, su forti pressioni inglesi, Ferdinando III dichiarò guerra alla Repubblica Francese, anche se poi le relazioni con Parigi non furono mai interrotte e si ristabilirono nel febbraio del 1795. Tuttavia, nel 1796 le armate francesi occupavano Livorno per sottrarla all’influenza britannica; nel frattempo lo stesso Napoleone entrava a Firenze, ben accolto dal sovrano, occupando il Granducato, pur non abbattendone il governo locale.

Esilio, restaurazione, abdicazione

Solo nel marzo 1799 Ferdinando III veniva costretto all’esilio a Vienna, in seguito al precipitare della situazione politica nella penisola. Le truppe francesi rimasero in Toscana fino al luglio 1799, quando furono scacciate da una controffensiva austro-russa.

La restaurazione però fu breve: già l’anno successivo Napoleone tornava in Italia e ristabiliva il suo dominio sulla Penisola. Nel 1801 Ferdinando era costretto ad abdicare al trono di Toscana.

Porte girevoli: cade Napoleone, torna Ferdinando III

Ferdinando III fece ritorno in Toscana solo nel settembre del 1814, dopo la caduta di Napoleone. La sua Restaurazione toscana fu un esempio di mitezza e buon senso. Niente epurazioni del personale che aveva operato nel periodo francese, niente abrogazioni delle leggi napoleoniche in materia civile ed economica (salvo il divorzio), e dove ci furono cambiamenti si limitò a sostituire le già avanzate leggi leopoldine, come in campo penale.

In questi anni si portarono avanti molte opere pubbliche: strade come la Volterrana, acquedotti, e si diede inizio ai primi seri lavori di bonifica della Valdichiana e della Maremma che Ferdinando III, impegnato in prima persona, pagò a caro prezzo, contraendo la malaria fino a morirne, nel 1824.

Ritratto di Ferdinando III di Lorena, Granduca di Toscana

Leopoldo II, il mite Granduca che fece la “Grande bonifica della Maremma”

Leopoldo II assunse il potere alla morte del padre e subito dimostrò di essere un sovrano indipendente e impegnato: confermò i ministri che aveva nominato Ferdinando III, ridusse la tassa sulla carne, e proseguì con successo la bonifica della Maremma iniziata dal precedente governo. Ampliò il porto di Livorno, costruì nuove strade, avviò un primo sviluppo delle attività turistiche (allora chiamate “industria del forestiero”), così come lo sfruttamento delle miniere del granducato.

Leopoldo II, affettuosamente detto “Canapone”, esempio di tolleranza illuminata

Leopoldo II, affettuosamente soprannominato Canapone dai grati grossetani (che gli avevano anche dedicato un monumento in Piazza Dante) per via della sua capigliatura biondiccia, portò avanti il più mite e tollerante governo tra tutti gli stati italiani. La censura, affidata al dotto e mite padre Mauro Bernardini da Cutigliano, non ebbe molte occasioni di operare, e molti esponenti della cultura italiana del tempo, perseguitati o privi dell’ambiente ideale in patria, trovarono asilo in Toscana: così accadde ad Alessandro Manzoni, a Giacomo Leopardi, a Niccolò Tommaseo e a Guglielmo Pepe.

Alcuni scrittori e intellettuali toscani, come Guerrazzi, Giuseppe Giusti, Giovan Pietro Vieusseux, che in altri stati italiani avrebbero sicuramente avuto problemi, in Toscana riuscivano a operare in tutta tranquillità. Tanto che è rimasta celebre la risposta del Granduca all’ambasciatore austriaco il quale si lamentava che “in Toscana la censura non fa il suo dovere”. Lui gli rispose piccato: “Ma il suo dovere è quello di non farlo!”.

Unico neo per lui fu la soppressione, nel 1833, della rivista “Antologia” di Giovan Pietro Vieusseux, a causa delle pressioni austriache, e comunque senza ulteriori esiti civili o penali per il fondatore.

La statua di Leopoldo II detto il Canapone in Piazza Dante a Grosseto

L’Italia s’è desta, il Granducato ha i giorni contati

Nell’aprile del 1859, alle soglie della Seconda guerra d’indipendenza italiana contro l’Austria, Leopoldo II proclamò la neutralità. Il governo granducale aveva i giorni contati: a Firenze la popolazione già rumoreggiava e le truppe mostravano segni d’insubordinazione.

Mercoledì 27 aprile, verso le 4, dopo aver rifiutato di abdicare a favore del figlio Ferdinando, accompagnato da pochi intimi e dagli ambasciatori esteri (escluso quello sardo), Leopoldo II e la sua famiglia abbandonarono Firenze, partendo da Palazzo Pitti con quattro carrozze, uscendo per la porta di Boboli verso la strada per Bologna: non aveva mai pensato a una soluzione di forza.

“Addio, babbo Leopoldo!”

Fu per lui una pacifica rassegnazione al verdetto della storia. Le stesse modalità del commiato – con gli effetti personali della famiglia caricati nelle poche carrozze e le attestazioni di simpatia al personale di corte – gli valsero una rinnovata stima da parte dei fiorentini che si levarono il cappello al suo passaggio gridando: “Addio babbo Leopoldo!”. Poi lo accompagnarono con tutti i riguardi fino alle Filigare, ormai ex dogana con lo Stato Pontificio.

Alle 6 pomeridiane di quello stesso giorno, il municipio di Firenze, constatata l’assenza di disposizioni lasciate dal sovrano, nominò un governo provvisorio.

Così finirono, in maniera indolore, anche se un po’ malinconicamente, 290 anni di storia: la Toscana era ormai parte dell’Italia Unita.

Statua Leopoldo II di Toscana a Pietrasanta

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